Una traiettoria culturale lunga 30 anni
Uno spazio è pubblico non soltanto perché possiamo attraversarlo liberamente, ma perché ci permette di sostare, incontrarci, riconoscerci come parte di una comunità. È il luogo in cui la città si manifesta come bene comune, dove il valore di un’esperienza non dipende dalla sua capacità di produrre profitto, ma da quella di generare relazioni, conoscenza, immaginazione, appartenenza. Negli ultimi decenni questa idea di spazio pubblico è diventata sempre più fragile. Molti luoghi continuano a essere formalmente accessibili, ma sono sempre più orientati al consumo, alla rendita, all’attrazione turistica. La qualità democratica di una città si misura invece dalla quantità di esperienze significative che possono ancora essere condivise senza dover acquistare qualcosa: attraversare un parco, sostare in una piazza, abitare un paesaggio, partecipare a un evento culturale, incontrare gli altri.
È a partire da questa idea di città che, trent’anni fa, è nata Danza Urbana.
Fin dall’inizio il Festival non ha scelto lo spazio pubblico come semplice alternativa al teatro o come scenario inconsueto per gli spettacoli. Ha scelto di interrogare il rapporto tra corpo, luogo e comunità, assumendo la città e il paesaggio come contesti capaci di orientare la creazione artistica e di trasformare l’esperienza dello spettatore.
Nel tempo questa ricerca ha trovato nel concetto di paesaggio un ulteriore campo di indagine. Il paesaggio non è una cornice naturale né uno scenario da contemplare, ma un processo in continua trasformazione, generato dall’intreccio tra ambiente, storia e pratiche delle comunità che lo abitano. Ogni creazione entra a far parte di questo processo: non lo occupa né lo rappresenta, ma ne interpreta le relazioni, contribuendo a generare nuove esperienze e nuove possibilità di immaginare e vivere i luoghi.
Da questa prospettiva sono nate le traiettorie che hanno definito il percorso del Festival: abitare la città e il paesaggio, attraversando luoghi centrali e periferici, spazi della quotidianità, siti patrimoniali e ambienti naturali; sostenere la ricerca coreografica contemporanea, accompagnando autori italiani e internazionali e investendo nella produzione di nuove opere; dialogare con le culture urbane, riconoscendone il valore come parte della ricerca artistica contemporanea; costruire forme di partecipazione che coinvolgono cittadinə e comunità nei processi creativi, oltre la tradizionale distinzione tra artistə e spettatorə.
In questi trent’anni Danza Urbana ha attraversato oltre centocinquanta luoghi differenti, presentato centinaia di creazioni, sostenuto nuove produzioni, sviluppato reti nazionali e internazionali e coinvolto la cittadinanza con oltre centonovantamila presenze di pubblico. Ma questi numeri raccontano solo una parte della sua storia.
Ciò che il Festival ha cercato di costruire, prima ancora di una programmazione artistica, è un modo di intendere lo spazio pubblico e il paesaggio come contesti capaci di orientare la creazione artistica e di trasformare l’esperienza dello spettatore.
In un tempo in cui la città rischia sempre più spesso di essere interpretata come spazio di consumo, Danza Urbana continua a considerarla un bene comune da abitare, attraversare e immaginare collettivamente.